← Tutti gli episodi

Mandiamo Cenerentola in terapia?

6 min
Copertina: Mandiamo Cenerentola in terapia?

Chi di noi non consiglierebbe a Cenerentola di andare in terapia? Se Cenerentola fosse reale? Lei che da bambina aveva passato anni a piangere sulla tomba della madre, anni ad aspettare poi che la salvezza le arrivasse dall'esterno, mentre la matrigna la chiudeva in casa, e poi, per continuare da grande, scappa tre volte dal principe che ama. Così racconta la fiaba originale: tre volte, e lui alla terza le mette la pece sugli scalini per trattenerla fisicamente. Ecco, anche a lui consiglieremmo di parlare con qualcuno, a lui e a lei.

Peccato che entrambi siano personaggi, non persone. Cenerentola non è reale, quindi accettiamo da adulti — lo accettiamo quasi tutti — che rappresenti una parte dell'esperienza e ne tradisca palesemente un'altra. I personaggi delle storie hanno una funzione per chi li legge, non una psicologia. Ordinano il mondo, rappresentano le angosce dei bambini, le risolvono. Vince il bene, l'amore, l'innocente; il male perde. Per questo, leggendo Cappuccetto Rosso accettiamo che il lupo si mangi nonna e nipote e poi venga ucciso dal cacciatore. E non ci indigniamo se non gli viene proposto un percorso riabilitativo per essere reinserito nella comunità. È un cattivo? Viene punito? Bene.

È un problema invece quando trattiamo i personaggi come persone reali, ignorando che la polarizzazione è una funzione ben precisa per i bambini. Ed è ancora peggio quando trattiamo le persone reali come personaggi, aspettandoci che le persone debbano essere buone buone o cattive cattive, glorificate in quanto vittime oppure punite. A questo ci arriviamo.

Ma perché separare buoni e cattivi è una cosa che i bambini fanno, e perché a volte la facciamo anche noi? Per capirlo dobbiamo prima fare un viaggio nella testa di un neonato.

Melanie Klein. Era una psicoanalista austriaca che lavorava con i bambini, e ha fatto una cosa piuttosto radicale: ha preso sul serio la vita psichica dei neonati. Non dei bambini grandi, dei neonati. Nei primissimi mesi il bambino non ha ancora un senso unitario della madre, non la percepisce come una persona intera. La percepisce come una serie di esperienze. C'è il seno che arriva e nutre, ed è buono e caldo, fa stare bene; e c'è il seno che non arriva, che si ritira, che lascia soli nella fame, ed è cattivo, è minaccioso, fa stare male. Per la mente del bambino queste non sono due facce della stessa persona. Sono due oggetti diversi: il seno buono da una parte e il seno cattivo dall'altra, tenuti il più lontano possibile l'uno dall'altro. Perché se sono la stessa cosa, allora ho odiato anche quello che amo. E questa è un'angoscia che una mente di pochi mesi non riesce a reggere.

Klein chiama questo modo di stare al mondo posizione schizo-paranoide. Non la chiama fase, la chiama posizione, perché non è qualcosa che si attraversa e si lascia indietro. Emerge per prima, ma non scompare mai del tutto.

Facendo un parallelismo: è come se il lupo fosse il seno cattivo, la fata madrina il seno buono. Non si mescolano, non hanno una storia comune, non si spiegano a vicenda. Sono lì per dare al bambino un mondo ordinato, in cui il pericolo ha una faccia riconoscibile e in cui si sa da che parte stare.

Poi, intorno ai sei mesi, qualcosa cambia. Il bambino comincia a percepire che il seno buono e quello cattivo appartengono alla stessa madre, che la persona che nutre è la stessa che a volte non arriva, che a volte si allontana e che a volte delude. E questa scoperta porta con sé qualcosa di strano: se ho odiato il seno cattivo, allora ho odiato anche lei.

Klein chiama questo momento posizione depressiva: la posizione in cui diventa possibile sentire la perdita, la colpa e il desiderio di riparare. Ed è anche la posizione in cui l'altro smette di essere un oggetto parziale, diventa intero.

Le due posizioni, quella schizo-paranoide e quella depressiva, continuano a coesistere e ad alternarsi per tutta la vita. Nei momenti di stress possiamo scivolare verso la scissione, verso il bisogno di sapere da che parte sta il lupo. Nei momenti di maggiore integrazione riusciamo invece, da adulti, a stare con qualcuno e con noi stessi, essendo consapevoli che noi e gli altri conteniamo entrambe le cose.

Nell'adulto la scissione si vede abbastanza facilmente. Il partner, per esempio, che ieri era perfetto e oggi è un nemico. L'amico che ha sbagliato una volta perde tutto il credito — e non perché quello che è successo non conti, ma perché la mente non riesce a tenere insieme il buono e il cattivo della stessa persona: o una cosa o l'altra. E con se stessi funziona uguale: o ho fatto tutto bene o sono completamente sbagliato. La colpa o non esiste o è totale.

I social poi questo meccanismo lo amplificano sistematicamente, perché il formato premia chi divide, chi chiede "da che parte stai" e chi mette tutto in due caselle molto distinte. Non è una degenerazione: è proprio il mezzo che funziona così.

E la forma che prende online è riconoscibile. Qualcuno fa qualcosa di sbagliato, reale o percepito, e nel giro di ore diventa il lupo. Chi lo difende diventa complice. Chi chiede contesto diventa parte del problema. La vittima viene glorificata, il carnefice viene punito, e tutti sanno esattamente da che parte stare. È la struttura della fiaba applicata in tempo reale su persone reali con conseguenze reali. La posizione schizo-paranoide collettiva non ha bisogno di una patologia per attivarsi, ha bisogno di un ambiente che la solleciti. E i social sono costruiti esattamente per farlo.

Ed è così che finiamo per censurare le favole perché diseducative, senza accorgerci che la cosa peggiore non è che la polarizzazione domini le storie, ma che domini nella modalità con cui giudichiamo la realtà, gli altri, il mondo e noi stessi. E non riusciamo a renderci conto che noi e gli altri siamo stati, in successione o in contemporanea, il lupo, Cenerentola e il cacciatore.